Avvocati antimafia, così Enza Rando e Libera sono diventati bersaglio dei clan

di Giovanni Tizian

I grandi processi, la tutela delle vittime e ora il sostegno ai giovani di famiglie mafiose che sognano un’altra vita

Sembra passato un secolo dalla retata dei carabinieri di Modena che tutti conosciamo con il nome di operazione Aemilia. E altrettanto tempo, dalle altre operazioni dell'antimafia che hanno coinvolto Modena e la provincia. In realtà siamo nel pieno del ciclone e tutto è accaduto in pochi anni. Dal 2010 a oggi, appena sei anni. Rimuoviamo in fretta il male che i clan provocano al nostro territorio. Centinaia di arresti di mafiosi e poi colletti bianchi, di imprenditori, professionisti. A questo si aggiunge quel manipolo di politici locali finiti sotto processo, uno dei quali salvato dalla prescrizione, e lo scioglimento per mafia del Comune di Brescello. Tutti questi elementi sommati andrebbero messi in fila, come si fa con i libri sugli scaffali, per costruire la memoria storica delle mafie sul nostro territorio. Avremmo dovuto capire ancor prima delle operazioni di questi ultimi anni il peso esercitato delle organizzazioni criminali sulla nostra società. I segnali allarmanti dei reati spia e delle relazioni pericolose erano sotto gli occhi di tutti. Tuttavia tanti hanno scelto di non guardare.

Scatta la vigilanza, per gli avvocati antimafia Rando e  Mattioli Bertacchini

Sono sicuro che alla prossima bufera giudiziaria la reazione sarà d'uguale stupore, accompagnata dalle solite parole di retorica giustificazione: e chi poteva mai immaginare! Ecco, il punto è proprio questo. La rimozione costante anche solo dell'idea che l'Emilia possa essere "terra di mafia" (per citare la Procura nazionale antimafia). L'inaccettabile verità.

In questo contesto e in questo clima di rimozione collettiva si inserisce l'atto intimidatorio su cui indaga la Procura modenese diretta da Lucia Musti. Il raid, assai minaccioso, nello studio legale di Enza Rando, numero due dell'associazione Libera e avvocato in primissima linea nei processi più importanti contro le mafie: da Trapani, contro il senatore Vincenzo D'Alì (apprezzatissimo anche da alcuni politici modenesi), a Palermo, per la trattativa Stato-mafia, e ancora Reggio Calabria, contro quel grumo fatto da massonerie e 'ndrine, fino a Bologna e Reggio Emilia, contro la 'ndrangheta emiliana nelle sue varie declinazioni. Insomma, lo studio Rando è certamente un luogo sensibile. Fin da quando Enza ha preso in carico uno dei casi che più ha sconvolto l'opionione pubblica: l'omicidio di Lea Garofalo, il cui corpo è stato poi bruciato. Per l'omicidio della testimone di giustizia è stato condannato tra gli altri il marito della donna: Carlo Cosco, capo dell'omonimo clan, con base a Milano.

Uomini di 'ndrangheta, con basi anche a Reggio Emilia. Libera e Enza hanno seguito non solo il processo, ma fin dall'inizio, Lea Garofalo nel suo percorso di denuncia. Una volta rapita e uccisa Lea, Libera ha preso in carico la figlia Denise, all'epoca appena adolescente ma con un coraggio senza paragoni. Denise ha testimoniato a Milano contro il padre, lo ha accusato e la sua testimonianza è stata decisiva per gli ergastoli decisi dai giudici. Ergastoli confermati in Cassazione.

Nel frattempo, a partire dal 2012, Libera in accordo con il tribunale di Reggio Calabria segue un percorso poco conosciuto ma molto importante. Storie che meritano di essere raccontate. Perché è grazie a questo protocollo che una trentina di ragazzi non ancora maggiorenni stanno sperimentando una vita fuori dalle logiche familiari della 'ndrangheta. Sono ragazzi e ragazze, figli di boss, dal destino, sembrerebbe, segnato, e che invece grazie ai provvedimenti del tribunale possono crescere in ambienti sereni, lontani da quelle regole terribili che impone il clan. È Libera che trova un luogo sicuro, soprattutto nel Nord Italia, per questi giovani che vogliono crescere senza condizionamenti e provare a realizzare i loro sogni personali.

Il ruolo di Libera e di Enza Rando in questa nuova azione di contrasto alle mafie va tenuto in considerazione quando valutiamo ciò che è accaduto la scorsa notte nello studio di via Falloppia. Perché può non essere un caso il fatto che poche ore prima del raid, a Modena, si fosse tenuto un convegno con la presenza, tra gli altri, del procuratore capo di Reggio Calabria, Federico Cafiero De Raho. Magistrato che da quando si è insediato nella cittadina calabrese ha sposato a pieno il nuovo metodo del tribunale dei minorenni. Anzi è proprio grazie al protocollo tra procura antimafia e tribunale che le informazioni raccolte sul nucleo familiare indagato circolano e diventano gli elementi per valutare lo stato di degrado affettivo e culturale dei ragazzi che vivono in quel contesto.

La questione dell'intimidazione, tuttavia, impone un'ulteriore riflessione. Abbiamo assistito ai teatrini della negazione della mafia in Emilia. Siamo stati spettatori di assurde "teorie sulla ricostruzione post-terremoto" immune dal condizionamento mafioso, presto smentite da indagini concluse e alcune ancora in corso. Siamo stati costretti ad ascoltare chi, anche da pulpiti istituzionali, sosteneva che le aziende emiliane, proprio perché emiliane, non possono ritenersi mafiose, svilendo l'ottimo lavoro di pm e detective che hanno dato l'anima per l'indagine Aemilia. In questo clima, che definirlo di sottovalutazione è riduttivo, non possiamo stupirci se arrivano le minacce, le intimidazioni. È un clima che legittima tutto questo, perché chi agisce è sicuro di non provocare allarme sociale. Tanto ci sarà sempre qualcuno di autorevole che negherà la presenza della camorra e della 'ndrangheta.

L'antimafia impone delle scelte, non facili, di certo impegnative, ma necessarie in un contesto in cui -per citare Robero Alfonso, l'ex procuratore capo di Bologna (forse anche per queste parole poco amato in regione) - "tutto si mischia, e perciò è più difficile capire chi sono i buoni e chi i cattivi".

Insomma, per separare il bianco dal nero bisognerebbe superare l'imbarazzo e indicare i complici, anche se questi erano seduti accanto a noi per un caffè o una chiacchierata, poche ore prima. Districare la matassa emiliana richiede una scelta coraggiosa, impopolare magari, ma necessaria, senza la quale non ci sarà salvezza. Perché oggi le mafie non sono frammenti distaccati, ma parte integrante del tessuto economico locale e nazionale. Fanno sistema con altri mondi torbidi che vivono di corruzione e affarismo. In parte tutto questo sta emergendo dai processi in corso, anche quelli per cui non è stata riconosciuta l'aggravante mafiosa, e con maggiore chiarezza nel processo Aemilia. E purtroppo, la storia criminale dei nostri territori non è un capitolo chiuso. Ancora molto c'è da raccontare. E, dunque, da scrivere.

Giovanni Tizian

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