Palagano. La riconciliazione nel nome di Rolando Rivi

di Paolo Ruini

Meris Corghi, figlia del partigiano che uccise il beato Rivi il 13 aprile 1945: «Mio padre non era in pace con la sua coscienza»

PALAGANO Non deve essere stato facile prendere la decisione di chiedere perdono per i fatti compiuti da suo padre durante la seconda guerra mondiale. Soprattutto perché molti delitti e fatti di sangue di quel periodo oscuro e terribile della storia d’Italia sono ancora avvolti nell'oblio. Nel corso degli anni sono stati molti i tentativi di imporre la “damnatio memoriae” sul periodo storico che va dall'armistizio del ’43 alla fine del ’45. La "damnatio memoriae", ovvero la cancellazione della memoria, veniva usata dagli antichi romani come pena per chi ritenevano indegno o non consono agli interessi di quel tempo, una pratica che è continuata nei secoli e che vale per molti eventi storici.



Eppure, questo non ha impedito a Meris Corghi di fare un gesto eccezionale. Ieri, al termine della messa di commemorazione del 73° anniversario della morte di Rolando Rivi, nella chiesa di San Valentino di Castellarano, nel Reggiano, la figlia di Giuseppe Corghi, che faceva parte del gruppo di partigiani che uccisero il giovane seminarista, ha chiesto pubblicamente perdono del delitto compiuto dal padre ed è avvenuta la riconciliazione fra le due famiglie, con il perdono di un fatto di sangue così terribile. Rolando Rivi aveva 14 anni quando venne ucciso: fu condotto in un bosco, presso Piane di Monchio; gli fecero scavare la sua fossa, fu fatto inginocchiare sul bordo e gli spararono due colpi di rivoltella. Era venerdì 13 aprile 1945.

Molto toccanti e commoventi, le parole di Meris Corghi, e al tempo stesso piene di speranza per un futuro migliore contro ogni forma di conflitto che rovina e lacera le famiglie e le persone.

«Mi ricordo mio padre da bambina, quando mi faceva giocare e mi faceva ballare in punta di piedi e mi faceva sentire come una principessa», racconta Meris. Quando lei nacque, Giuseppe aveva già scontato la pena detentiva e da Costrignano si era trasferito a Bologna, dove formò una famiglia e iniziò una nuova vita.

«Con il passare degli anni - dice Meris - ho iniziato a imparare poco alla volta quello che era successo nel periodo bellico, e questo mi turbò molto. Capivo che anche mio padre non era in pace con la sua coscienza». Nel suo discorso ha sottolineato come iniziò con il tempo un lungo cammino dentro al suo cuore, forse dettato dalla memoria del padre, forse dalla coscienza o forse dalla fede e dallo stesso Rolando. Alla fine, la consapevolezza di dover chiedere perdono per l’uccisione del giovane seminarista. Una richiesta che è stata accettata dalla famiglia Rivi e che è stata resa pubblica alla fine della funziona religiosa che ha commosso tutti i presenti, soprattutto quando Meris ha sottolineato la necessità di unire e aprire i cuori alla “Luce della Pace” contro tutti i signori della guerra che, come burattinai, causano danni immani alla società e alle persone. Come è successo nella Seconda guerra mondiale, in cui molti hanno combattuto seguendo ideologie che portano solo alla distruzione del prossimo. Oppure come oggi, con il mondo pieno di conflitti pilotati da interessi che non hanno nulla a che fare con il bene comune. Nel discorso di Meris è emerso che l’unione fra le persone di buona volontà potrà portare alla consapevolezza che è in grado di impedire eventi brutali come quelli che avvengono durante le guerre, e l’impegno di tutti è essere sempre portatori di pace, perché è l’unica via che porta al bene, mentre la scelta del conflitto serve solo a separare e a rendere infelici.