Processo Aemilia: «Gibertini estorsore mafioso? Accuse fantasiose, va assolto»

di Alberto Setti

Nell’aula bunker di Reggio l’arringa dei difensori: «Ha fatto solo l’imprenditore» La Dda aveva chiesto 17 anni di reclusione: «Non c’era alcuna consapevolezza»

Processo Aemilia, Gibertini si difende: "Accusato ingiustamente"

REGGIO EMILIA. «Mi sento come uno che cammina per strada e viene colpito da un fulmine. Così, all’improvviso, senza un perché, inconsapevole. Innocente...».

Gino Gibertini, l’imprenditore dei petroli di Modena, l’ex presidente 60enne della squadra di pallavolo geminiana, ha assistito ieri nell’aula bunker di Reggio, dove si celebra il processo Aemilia, al contrattacco dei suoi avvocati. E alla fine ha provato a descrivere con parole sue la condizione di imputato nella quale si è ritrovato. Imputato eccellente, dal momento che con l’accusa di avere incaricato la ’ndrangheta di una riscossione crediti che non gli era riuscita, la Direzione Distrettuale antimafia ha chiesto per lui 17 anni di reclusione, trattandosi di reato aggravato dalla “mafiosità”.

Per scrollarsi di dosso un macigno così pesante, Gibertini si è affidato ad un pool di legali. Ieri, per circa tre ore, lo hanno strenuamente difeso l’avvocato Luca Pastorelli e il professor Filippo Sgubbi. Un maestro del diritto penale con il quale - avventure del destino - ha preparato e discusso la tesi di laurea in giurisprudenza anche uno dei due procuratori dell’accusa, la dottoressa Beatrice Ronchi, oggi incalzante pilastro della Dda. Data l’importanza dell’imputato e delle accuse, ieri davanti alla Corte presieduta dal modenese, dottor Caruso, c’erano ad assistere sia la dottoressa Ronchi che il collega, Marco Mescolini, neo Procuratore capo a Reggio. I primi affondi sono arrivati da Pastorelli, che ha preso in esame le intercettazioni. Nella sostanza, si ricorderà, l’accusa è che Gibertini avesse inutilmente tentato di recuperare crediti da un suo cliente, Melchiorri, anche attraverso azioni legali. E che, con una fittizia cessione di credito ad un suo conoscente, Antonio Silipo, questi si fosse avvalso nel 2012 della collaborazione del boss Nicolino Sarcone per recuperare con metodi ben più efficaci buona parte di quel credito, per poi riconsegnarlo a Gibertini. Insomma, la cessione del credito (5mila euro per circa 50mila) era in realtà il pagamento della provvigione al clan. Tesi che ad avviso di Pastorelli non esiste in nessun delle intercettazioni tra i vari personaggi in questione. Anzi, Silipo si sarebbe accollato il debito di Melchiorre ripromettendosi con lui di sistemare la questione attraverso lavori. E la cessione fittizia sarebbe stata invece normale: «Ha recuperato il 15%, ben più di quanto recuperino le banche quando cedono crediti deteriorati - ha in sostanza detto Pastorelli - e per di più ha potuto formalmente risparmiare fiscalmente il 38% dei restanti 46mila euro, quali mancati introiti».

Insomma, una operazione ben congegnata, alla luce del sole. Vera, da escludere che, anche per la fermezza e le formalità addottate nel recupero crediti, Gibertini fosse consapevole di avere a che fare con gente mafiosa. Pastorelli ha concluso chiedendo l’assoluzione piena, e, solo per forma, che venisse almeno esclusa l’aggravante mafiosa, col minimo della pena. «Siamo di fronte ad un imprenditore incensurato, di 60 anni». Molto accurata poi l’arringa del prof Sgubbi, che ha ricordato anche come tanto il Gip quanto il Tribunale del riesame avessero escluso nel corso delle indagini la famosa aggravante mafiosa. Analizzando il capo di imputazione, l’avvocato ha parlato di una smaniosa «enfatizzazione delle circostanze».

E, a proposito della richiesta di condanna ai 17 anni, di una «richiesta accentuata, per usare un eufemismo». Tesi sostenuta analizzando la asserita consapevolezza di far parte di un gruppo di persone che si associavano per estorcere il denaro a Melchiorri. «La giurisprudenza è rigorosa» ha detto Sgubbi, smentendo che Gibertini avesse non solo partecipato alla estorsione, ma avesse avuto anche solo un ruolo, e parlando di «mancanza assoluta di consapevolezza», del contesto mafioso. Risultato; «Gibertini va assolto perché il fatto non sussiste». —

LO SFOGO AMARO DI GIBERTINI: "COME SE MI AVESSE COLPITO UN FULMINE"

Gino Gibertini ha assistito in rigoroso silenzio all’arringa dei suoi legali, Pastorelli e Sgubbi. L’amministratore dell’ azienda del settore petrolifero “Fratelli Gibertini fu Gino”, amministratore di altre società, e volto conosciuto dello sport geminiano - ex campione della Panini e della serie A1, ultimo presidente del Modena Volley ed ex socio del Modena calcio - è rimasto composto, seduto tra i due avvocati. Giusto qualche cenno di assenso per rimarcare le parti salienti della difesa volte a smontare la tesi accusatoria - estorsione in concorso con Sarcone e Silipo, aggravata dal metodo mafioso, e per cui i pm hanno richiesto una condanna pesante. Al termine dell’arringa, la voglia di sfogarsi da un lato e quella di rimarcare la sua estraneità alle accuse dall’altro.


«Mi trovo in totale accordo con i miei avvocati - ha detto - mi sono sempre mosso con massima discrezione e la coscienza di un imprenditore quale sono da più di 40 anni, in piena legalità. Sarcone non sapevo neanche chi fosse: ho letto il suo nome solo quando mi è stato notificato l’avviso di garanzia; Silipo invece lo conoscevo perché aveva fatto dei lavori per noi, prima come cliente e poi come fornitore, ma non ho mai avuto sentore ci fossero elementi che facessero pensare ad una sua appartenenza ad un’associazione mafiosa. Non è mai stato arrogante.

A fronte di un debito nei nostri confronti di 80mila euro, e di un’ingiunzione di pagamento che avevamo prospettato, venne a firmare l’ipoteca sulla casa della moglie. Spero di uscire pulito da questo processo perché non ci sono prove di un mio coinvolgimento con la mafia: per me è stato come essere colpito da un fulmine per strada e la richiesta di una pena così gravosa, poi, mi ha anche danneggiato da un punto di vista imprenditoriale». —